Se cerchi “tarma della cera” online trovi quasi solo una cosa: come eliminarla. Trattamenti, congelatori, zolfo, favi da bruciare. Un’intera narrazione costruita attorno a un nemico da sconfiggere.
C’è però un altro modo di guardare a questo insetto, non per negare i danni che può fare, ma per capire meglio il ruolo che gioca davvero nell’equilibrio di un alveare, soprattutto se guardiamo all’apicoltura naturale e alle api mellifere allo stato selvatico, non gestite dall’uomo.
Chi è davvero la tarma della cera
Non è una specie, sono due: Galleria mellonella, la tarma maggiore, e Achroia grisella, la tarma minore — più piccola, meno aggressiva, che in genere occupa le zone più basse e meno contese dell’arnia. Entrambe appartengono alla famiglia delle Pyralidae e condividono lo stesso ciclo: uovo, larva, pupa, adulto (LSU AgCenter).
Un adulto di tarma maggiore (Galleria mellonella) sul legno di un’arnia. La farfalla in sé non fa danni: il suo compito è deporre le uova.
È lo stadio larvale a fare i danni. Le larve si nutrono di cera (soprattutto quella vecchia e scura, più ricca di residui proteici), di polline, delle esuvie delle larve di api e della seta dei bozzoli di covata, e scavano nel favo gallerie foderate di seta. In condizioni ideali, con temperature tra 29 e 33°C (appena sotto i 34-35°C che le api mantengono nel nido di covata), il ciclo si completa in poche settimane, e una femmina di G. mellonella arriva a deporre da 500 a 1.800 uova (Oxford Academic, 2020).
Una larva di tarma sul listello di un telaio, tra i suoi escrementi scuri. È in questo stadio che la tarma si nutre e scava le gallerie nel favo.
Un dato aiuta a capire quanto questo insetto sia “cucito” sulla biologia dell’ape: Galleria mellonella è stata descritta per la prima volta in una colonia di Apis cerana, l’ape asiatica, e non della nostra Apis mellifera (Oxford Academic, 2020). È il segno di una convivenza più antica di quanto pensiamo, che aiuta a spiegare un fatto sorprendente, dimostrato sperimentalmente: le tarme adulte percepiscono il feromone di allarme delle api, ma non cambiano comportamento. Non lo eludono per astuzia: semplicemente non vi reagiscono (Li et al., 2019). Vale la pena ricordarlo: la tarma della cera è un opportunista dell’alveare, ma un opportunista che ha alle spalle una lunga storia comune con le api. Non è un parassita aggressivo che attacca e danneggia una famiglia sana: è una presenza che fa parte da sempre del mondo delle api e che ne condivide il cammino.
Perché non è (quasi mai) la causa del problema
La tarma della cera è un parassita secondario e opportunista. Una colonia forte, con un buon rapporto tra api e favi, pattuglia costantemente ogni fessura e non le lascia spazio. Quando la troviamo stabilita dentro un’arnia viva, quasi sempre non è lei la causa del problema, ma il sintomo di un problema che esisteva già: una regina esaurita, una famiglia indebolita dalla varroa o da un inverno duro, favi abbandonati senza controllo (Bee Aware).
Uno studio del 2022 ha misurato come le femmine scelgano dove deporre le uova: usano sia l’olfatto (le antenne) sia il contatto diretto (i tarsi) per riconoscere la presenza delle api, e depongono sistematicamente molte più uova sui favi senza api rispetto a quelli popolati (Scientific Reports, 2022). La tarma, insomma, non attacca: approfitta, e lo fa in modo selettivo.
Il punto di vista che cambia la prospettiva
Prendiamo come esempio una famiglia di api che muore in natura. Il nido che lascia non resta vuoto a lungo: può essere ricolonizzato subito da un nuovo sciame, oppure restare abbandonato in attesa che arrivi la stagione della sciamatura. Nel frattempo, spesso è la tarma della cera a intervenire per prima: demolisce i favi rimasti, consuma le esuvie larvali e pulisce la cavità, lasciando un nido in parte liberato dai residui organici, pronto per la nuova colonizzazione. Questa è una lettura ecologica coerente con la biologia nota della tarma, non un meccanismo che la ricerca abbia già misurato punto per punto: non esistono misurazioni su quanto questa “pulizia” riduca davvero il rischio sanitario per lo sciame successivo. È un’ipotesi ragionevole, e sarebbe interessante che venisse approfondita.
Un telaio del nido dopo il passaggio della tarma: del favo resta poco più dello scheletro, avvolto nella seta. In natura è proprio questa demolizione a liberare la cavità per un nuovo sciame.
Qualche indizio, però, comincia ad affiorare. Un gruppo di ricerca dell’Università della Boemia Meridionale (Repubblica Ceca) ha nutrito larve di tarma con fogli cerei contaminati da spore di Paenibacillus larvae, il batterio della peste americana, e ha poi analizzato separatamente i diversi tratti del loro intestino: il batterio era presente nei tratti iniziali, ma non più in quello finale. Gli autori leggono questo dato come un possibile effetto sporicida degli enzimi digestivi della tarma, ma sono i primi a invitare alla prudenza: le spore, piccolissime, potrebbero semplicemente non aver fatto in tempo a raggiungere la parte finale dell’intestino (Mráz, tesi di dottorato, Università della Boemia Meridionale; Mráz et al., 2020). C’è poi un’osservazione su scala molto più ampia: in Nuova Zelanda l’arrivo della tarma della cera è coinciso con un calo della peste americana, malattia che si annida proprio nei favi vecchi (National Bee Unit, 2010, citato da University of Florida IFAS). Una coincidenza nel tempo, attenzione, non una prova di causa ed effetto: nello stesso periodo possono essere cambiate molte altre cose.
Per onestà va detto anche l’altro lato della medaglia. Nelle tarme raccolte in apiario e in quelle allevate in laboratorio sono stati trovati, con analisi genetiche, sia Nosema apis sia Nosema ceranae (Ozgor et al., 2017), e le spore della peste americana sono state rinvenute anche nelle feci della tarma (AGES, Agenzia austriaca per la salute e la sicurezza alimentare). La tarma, quindi, non è un disinfettante: non sterilizza il nido e può anche trasportare qualche patogeno.
Il suo contributo va letto in un altro modo: come un “reset” del nido. Demolendo i favi vecchi, la tarma elimina proprio la parte della cavità dove spore, residui di covata e contaminanti si accumulano di più, e restituisce uno spazio che il nuovo sciame dovrà ricostruire da zero, con cera nuova. Non è una disinfezione, è la rimozione del serbatoio principale. Ed è questa, a mio avviso, la chiave di lettura più corretta del suo ruolo in natura.
Il segno che lascia nel legno — e perché non è un dramma
Quando la larva matura forma il bozzolo per impuparsi, spesso scava una piccola nicchia anche nel legno dell’arnia, non solo nella cera. Se l’episodio resta occasionale, il danno reale è minimo: restano piccole irregolarità che rendono la superficie interna ancora più grezza. In fondo è esattamente quello che succede in un nido naturale, dentro un albero: più le pareti sono irregolari, più le api sono spinte a rivestirle di propoli, che con le sue proprietà antisettiche e antibatteriche contribuisce alla salubrità del nido. Non è solo un’intuizione: in uno studio condotto negli Stati Uniti, le arnie con pareti interne ruvide hanno spinto le api a depositare molta più propoli rispetto a quelle con pareti lisce (Hodges et al., 2019). È un aspetto che ho approfondito nell’articolo «Il sistema immunitario “sociale” delle api» e che qui richiamo solo come spunto. Il legno, nel frattempo, invecchia comunque secondo i suoi tempi naturali.
Le nicchie scavate nel legno dalle larve mature per costruire il bozzolo. La superficie diventa più irregolare, ma la parete resta solida.
Un’osservazione pratica — e cosa dice la scienza
Nei melari protetti da escludiregina, dove non c’è mai stata covata e il polline immagazzinato è minimo, i favi con solo miele vengono colonizzati raramente dalla tarma, anche in condizioni di buio e umidità altrimenti favorevoli. Le uova si schiudono comunque, ma le larve faticano a svilupparsi.
La stessa arnia, aperta: sopra il nido c’erano due melari, sempre usati con l’escludiregina, quindi i loro favi non hanno mai ospitato covata, al massimo un po’ di polline. Il favo porta qualche segno del passaggio della tarma, ma è ancora integro.
Il confronto, nella stessa arnia. A sinistra i telai del nido, dove c’erano covata e polline: del favo non resta quasi nulla. A destra i telai dei due melari, senza covata e con poco o nessun polline: la tarma li ha attaccati molto meno e solo uno è davvero compromesso. Gli altri possono essere ridati alle api.
Un dettaglio rende il confronto ancora più significativo: il passaggio tra nido e melari era aperto, lasciato così di proposito perché le api salissero a ripulire i favi dai residui di miele. La tarma, quindi, poteva raggiungere i melari senza ostacoli, e infatti sulle loro pareti c’erano diversi bozzoli. Eppure i favi dei melari sono rimasti in gran parte integri: non è mancato l’accesso, è mancato il cibo che serve alle larve per crescere.
La ricerca scientifica dà un riscontro parziale ma solido. Uno studio sulla nutrizione larvale di Galleria mellonella ha confrontato cinque diete naturali diverse e ha trovato che il favo nuovo privo di polline è in assoluto la dieta peggiore: allunga enormemente la durata degli stadi immaturi, riduce la vita degli adulti e fa salire sensibilmente la mortalità in tutte le fasi. Aggiungere anche solo il 10% di polline cambia radicalmente il quadro (Mohamed et al., 2014). In altre parole, senza proteine la tarma non muore necessariamente, ma fatica moltissimo a crescere: proprio quello che si osserva in un melario senza covata né scorte di polline.
Il dato non è isolato. Già negli anni Trenta era stato osservato che le larve attaccano i favi vecchi proprio nelle zone che contengono polline (Haydak, 1936), e uno studio recente ha confermato che i favi scuri con polline e miele garantiscono alla tarma la nutrizione migliore, lo sviluppo più rapido e il maggior numero di uova deposte (Mesopotamia Journal of Agriculture, 2025). Il polline, insomma, è il vero carburante della tarma: in un melario che non ha mai ospitato covata mancano sia il polline sia le esuvie, cioè le sue due principali fonti di proteine.
Cosa fare comunque
Niente di tutto questo significa abbassare la guardia. I favi da conservare, specialmente quelli che hanno ospitato covata o che contengono polline, vanno protetti. Le possibilità sono molte, e qui le metto in fila in un ordine preciso: si parte da quelle che lavorano con la biologia dell’ape e della tarma, senza aggiungere nulla nei favi, e si arriva a quelle che introducono sostanze sempre più aggressive. Più si scende nell’elenco, più l’intervento è invasivo.
Prevenzione e metodi fisici
Famiglie forti, prima di tutto. La difesa migliore resta una colonia popolosa, con un buon rapporto tra api e favi. Se la famiglia è debole conviene restringere lo spazio e togliere i favi che le api non riescono a presidiare. Una tarma stabile in un’arnia viva è un campanello d’allarme da leggere, non il problema da combattere.
Rinnovare i favi vecchi. La tarma predilige i favi scuri, ricchi di residui di covata e di polline. Fondere regolarmente i favi più vecchi le toglie il suo cibo preferito e, nello stesso tempo, riduce l’accumulo di spore e residui nell’arnia: è lo stesso “reset” che in natura fa lei.
Aria e luce. La tarma ama il buio e l’aria ferma. I melari conservati in un locale luminoso e ventilato, impilati a croce o distanziati in modo che l’aria circoli tra i favi, vengono attaccati molto meno. È il metodo più semplice e funziona bene soprattutto con i favi da melario che non hanno mai avuto covata.
Il freddo. Il congelamento è il metodo più sicuro e pulito, perché uccide tutti gli stadi, uova comprese. Servono circa 4 ore e mezza a -7°C, 3 ore a -12°C o 2 ore a -15°C (Agriculture Victoria); valori praticamente identici sono riportati anche da Unaapi. Attenzione però: i tempi partono da quando anche il centro del favo ha raggiunto la temperatura, quindi in pratica, con un congelatore a -18°C, conviene lasciare i favi 24-48 ore. Il congelamento non protegge per il futuro: dopo, i favi vanno conservati al riparo dalla farfalla. E se li mettete in una scatola, siate certi che sia ben sigillata, perché la farfalla sa veramente sorprenderci. Anche un locale molto fresco aiuta: intorno ai 4°C l’attività della tarma si blocca, anche se le uova non muoiono (Agriculture Victoria).
Metodi biologici
Nemici naturali. Esiste anche una via biologica: minuscole vespe parassitoidi del genere Trichogramma depongono le proprie uova in quelle della tarma e le distruggono. In alcuni paesi europei sono in commercio proprio per proteggere i favi in magazzino.
Bacillus thuringiensis. È un batterio presente in natura, ma è pur sempre un prodotto che si spruzza sui favi da immagazzinare. Colpisce solo le larve della tarma che mangiano la cera trattata ed è innocuo per le api, per l’uomo e per il miele. Lo storico B401, per anni il prodotto di riferimento, è stato ritirato dal commercio (Unaapi) (Vita Bee Health). Oggi nei negozi di apicoltura si trovano prodotti analoghi a base di Bt, come il B403, presentati come autorizzati per uso veterinario: prima dell’acquisto verificate in etichetta il numero di autorizzazione. Si spruzzano sui favi dopo il raccolto, prima dello stoccaggio, come protezione preventiva.
Metodi chimici
Acido acetico. I vapori di acido acetico all’80% uccidono tutti gli stadi della tarma. Le indicazioni del servizio apistico britannico sono di circa 120 ml di soluzione per ogni cassa, in una pila di favi ben chiusa, lasciata così per una settimana; dopo, i favi vanno arieggiati almeno due giorni prima di essere riutilizzati (National Bee Unit). Come vantaggio in più disinfetta i favi da Nosema apis, ma potrebbe non essere efficace contro Nosema ceranae. È un acido forte, corrosivo anche per le parti metalliche: servono guanti, occhiali, protezione per le vie respiratorie e un locale ben ventilato, e l’acido si versa sempre nell’acqua, mai il contrario.
Zolfo. La combustione dello zolfo (anidride solforosa) uccide larve e adulti ma non le uova (Unaapi): il trattamento va quindi ripetuto a distanza di circa due settimane, per colpire le larve nate nel frattempo. È efficace ma va usato con attenzione, perché il gas è irritante e tossico: sempre in ambienti ben ventilati e lontano dalle abitazioni.
Da evitare
Cosa non usare. Naftalina e paradiclorobenzene vanno evitati: lasciano residui nella cera e nel miele e in apicoltura non sono autorizzati.
Come trattare l’arnia dopo un’infestazione
Se l’infestazione c’è già stata e l’arnia è da recuperare, il lavoro è semplice: raschiare bene le pareti interne per eliminare i bozzoli delle pupe, che restano saldamente attaccati al legno anche molto tempo dopo che la tarma se n’è andata, e pulire la superficie dai residui di seta e dai detriti. Fatto questo, l’arnia è normalmente pronta per essere riutilizzata.
Bozzoli e residui di seta ancora attaccati alla parete interna dell’arnia: vanno tolti con il raschietto prima di riutilizzarla.
Molti apicoltori, dopo la raschiatura, passano anche la fiamma sulle pareti interne. Contro la sola tarma non è indispensabile: una volta tolti i bozzoli, il lavoro è fatto. È però una pratica di disinfezione consolidata: il servizio apistico britannico la indica per sterilizzare le casse in legno, passando il cannello finché il legno diventa uniformemente color caffè, senza bruciarlo (National Bee Unit). Ha senso soprattutto se l’arnia viene da una famiglia morta per cause non chiare, perché la tarma, come abbiamo visto, non elimina i patogeni. Attenzione però: la fiamma da sola non dà garanzie contro le spore della peste americana, che sono tra le forme di vita più resistenti che si conoscano. In caso di peste americana accertata, che in Italia è una malattia da denunciare, sono i servizi veterinari a stabilire cosa fare: la legge prevede che favi e telaini con covata vengano bruciati e che arnie e attrezzi vengano disinfettati (Regolamento di polizia veterinaria, DPR 320/1954, art. 155).
Il punto non è smettere di proteggersi — è smettere di raccontare la tarma della cera come un nemico assoluto. È un animale che fa esattamente quello per cui si è evoluto, in un equilibrio che, fuori dal nostro intervento, ha anche una funzione. Capirlo non ci rende apicoltori più distratti: ci rende apicoltori che guardano l’alveare per quello che è davvero — un ecosistema, non un fortino da difendere da un solo nemico.








